Bucce di banana clandestine

Noi europei non abbiamo idea di cosa sia una frontiera vecchio stile. Ormai da anni non le dobbiamo quasi più attraversare per andare a farci un fine settimana fuori, tanto meno via terra. Scelta la destinazione, carta d’identità in mano e siam già dall’altra parte.
Questo che state per leggere è una piccola descrizione di come possa essere articolato ed esasperante attraversare un confine tra due paesi del sud America. Paesi che fanno parte del Mercosur, paesi con tante cose in comune: geografia, cultura, lingua, storia, storie di dittature, di colonizzazione, stermini, guerre combattute e guerre pianificate ma mai combattutesi. In questo caso, parleremo delle pittoresche frontiere nel mezzo del nulla patagonico tra Chile e Argentina, due paesi che storicamente non vanno particolarmente d’accordo.
I due paesi stanno cheek to cheek per ben 5150 km, uno da una parte e l’altro dall’altra della lunga cordigliera delle Ande. In Patagonia, sul lato del Pacifico, il Chile si sciroppa tutte le piogge che le nuvole scaricano sulla terra dopo essersi accumulate su quel versante delle Ande. L’Argentina, sul versante atlantico, rischia la follia triestina a causa dei potenti venti catabatici che si schiantano senza pietà giù dai monti e dai ghiacciai.
Se guardiamo una mappa, vediamo come in alcuni tratti le linee di confine siano state tracciate con precisione millimetrica e sembrano seguire tratteggi disegnati con un righello. Le due nazioni si sono sempre contese le fonti di approvvigionamento di acqua presenti nelle zone montagnose e i passaggi strategici tra continente e isole (vedi Terra del Fuoco) Il risultato è che spesso si creano zone di frontiera nei luoghi più improbabili e isolati, logisticamente parlando puro delirio.
Le frontiere tra Chile e Argentina in Patagonia sono dei non luoghi allucinanti, delle sorte di buchi neri al di là dei quali la logica e la praticità si smaterializzano, e chi ci passa si trova catapultato in una dimensione parallela in cui tutto funziona al contrario di come dovrebbe.
Durante un viaggio in Patagonia, se doveste decidere…ma se proprio per forza dovete……ma se proprio proprio ve la sentite, se non potete proprio fare a meno di andare a visitare il parco nazionale Torres del Paine, le alternative per raggiungere il Chile sono poche. Quella zona si raggiunge solo via terra, a meno che non decidiate di volare da El Calafate a Punta Arenas e poi raggiungere il parco in bus. Noi optiamo per un bus da El Calafate a Puerto Natales, dove passeremo due notti. Esiste la possibilità di viaggiare direttamente da El Calafate al parco, ma bisogna considerare questa possibilità solo nel caso in cui si decida di approvvigionarsi di cibo unicamente all’interno del parco, prenotando i pasti in anticipo e pagandoli profumatamente. Esistono dei mini market dove si può trovare qualcosa, ma c’è poca varietà e si paga tutto a peso d’oro.
Se invece decidete di cucinarvi i vostri pasti, tenete presente che esistono rigide restrizioni sull’introduzione in Chile di cibo proveniente dall’Argentina: niente verdura, niente frutta, niente alimenti crudi, quindi no uova, no prosciutto, no salame, alle volte (dipende dall’umore di chi vi fa l’ispezione) neanche formaggio, neanche sotto vuoto. Perciò, a meno che non pensiate di alimentarvi solo e unicamente di risotto in busta durante tutta la vostra permanenza nel parco, vi conviene tenere in considerazione una o due giornate a Puerto Natales per potervi rifornire di cibo.
Noi partiamo da El Calafate alle 16:30 del 10 febbraio. L’autobus è colmo di turisti da tutto il mondo. Siamo seduti in fondo al pullman e i nostri vicini di viaggio sono asiatici, nordamericani, argentini e uruguaiani. UruguaianE, vale la pena specificarlo: si tratta di un gruppetto di 5-6 ragazze uruguaiane molto giovani, molto carine, molto spigliate e con l’ ormonella a 3000, come è giusto che sia quando si ha 20 anni e si è in viaggio con le amiche, presumibilmente per la prima volta.
Mattatrici del viaggio, hanno saputo attirare l’attenzione su di loro intonando cori, servendosi ettolitri di mate e pontificando a voce alta sulla temperatura dell’acqua e sulla tecnica migliore con cui versarla, commentando indignate il film vagamente splatter che andava in onda sugli schermi del bus, ma che nessuno stava filando di striscio.
L’atmosfera comunque è serena e allegra, ogni tanto le giovanotte esagerano con i decibel però tutto sommato non risultano antipatiche. Io cerco comunque di dormire per recuperare il sonno perduto durante la notte (dalla regia mi impediscono di raccontare nel dettaglio il perché ma è intuibile. E non è niente di piacevole).
Torno sulla terra giusto qualche kilometro prima della frontiera, dal lato argentino. E qui, comincia la vera avventura.
Il mio secondo cervello, quello che lavora di più, è sulla difensiva e mi avverte del pericolo imminente: bisogna mangiare prima che ci vengano requisiti i viveri. Per fortuna avevo un vago ricordo delle dinamiche da frontiera e mi ero preparata un panino grosso come un camion con formaggio, pomodoro, l’immancabile palta e nettare degli dei a garganella: la mayonese. Mastico e trangugio tutto velocemente nel timore che mi venga sottratto. Infatti, poco dopo, entra in scena lo steward che conferma le mie paure: chi ha del cibo meglio che lo tiri fuori subito prima che lo trovino loro che poi son cazzi per tutti. Naturalmente l’80% delle persone a bordo non comprende lo spagnolo con forte accento cileno e non capisce cosa stia succedendo. Chi capisce e non sapeva inizia a ficcarsi in bocca tutto ciò che di commestibile aveva con sè. Le uruguaiane si guardano attorno e contemplano sconsolate tutto quel su e giù di mandibole: non avevano portato niente da mangiare, appena qualche biscotto e qualche cracker che avevano spazzolato mentre bevevano il mate. Erano pure rimaste senza acqua calda.
Lo steward prende un grande sacchetto dell’immondizia e inizia a proporre alla gente di buttare via quello che non si riusciva a mangiare, ed inizia lo scempio. Mele, panini, pacchetti di biscotti aperti, tutto nella monnezza.
Le uruguaiane sclerano: loro a morire di fame e la gente buttando il cibo? Riescono ad intercettare lo steward, per niente scocciato di dover avere a che fare con loro e spiegare che la politica di tutela dell’ambiente in Chile è veramente severa, non possono rischiare di contaminare il loro paese con germi e batteri importati dal paese vicino! Ecco quindi che afferra delle banane che alcuni passeggeri vogliono buttare e le infila nel sacco dell’immondizia. SACRILEGIO. “Un platano para mi! A mi! A mi los platanos! Pasàme un pedazo! No te la comas toda!” (platano è banana per Argentina e Uruguay). I doppi sensi si sprecano, lo steward è in estasi, partono i selfie con lui in mezzo, le chicas e le banane sbucciate.
Finalmente appagate, le ragazze restituiscono le bucce e alcune banane avanzate allo steward che le mette nel sacco nero e lo stiva nelle cappelliere sopra le nostre teste.
Arriviamo alla frontiera argentina, il bus si ferma davanti alla sbarra metallica che blocca la strada e spegne il motore. Siamo letteralmente in mezzo al nulla siderale: davanti a noi, alla nostra destra, sinistra, alle nostre spalle, solo una distesa infinita di polvere e niente. Solo deserto arido e roccioso, una monotonia che comunque esercita su di me un fascino magnetico, perché qui veramente non c’è nessuno, solo strade sterrate, filo spinato, pochi armadilli e qualche guanaco. Alle volte i guanachi sono SUL fino spinato, o se preferiamo il filo spinato è NEI guanachi che provano a saltare le recinzioni e rimangano aggrappati agli uncini metallici e lì muoiono e si mummificano.
Per un gioco di prospettive qui il cielo sembra più grande e più basso, le nuvole sembrano a punto di caderci addosso, paiono stare appoggiate sugli infimi rilievi che cercano invano di spezzare il piattume del deserto patagonico.
Non ci fanno scendere per controllare i documenti, sono gli ufficiali ad uscire dagli uffici della frontiera (una casetta minuscola e un po’ decadente che assomiglia ad un piccolo negozio di alimentari) e a salire a bordo. Il loro sistema informatico è in crash e non possono fare i controlli per via telematica, lo devono fare personalmente e sulla carta. Salgono dunque due ufficiali: una donna bassetta, scattante e ed efficiente, e un militare che sembrava essere al suo primo giorno di servizio. E’ giovane e impacciato, visibilmente in difficoltà: l’ormonella delle uruguaiane è a 10000.
Lui dal fondo e la donna dalla metà del bus iniziano a controllare i documenti, nel tempo in cui lei ne ha controllati 10, lui ne ha visti 3. Ma è da capire, le squinzie non gli danno pace, rasentano l’offesa a pubblico officiale, ma lui si limita a sorridere e ad arrossire mentre con le mani tremanti cerca non si sa quale dato sui passaporti e lo confronta con non si sa quale numero su una lista su un foglio di carta. L’officiale è circondato, sembra stia attraversando lo stretto di Messina tra Scilla e Cariddi: ha giovani uruguaiane sbraitanti da tutti i lati, ma riesce ad uscirne illeso.
Gli ufficiali se ne vanno, e pensiamo di uscirne anche noi illesi. E invece no. Tornano su, si fanno dare tutti i passaporti e scompaiono. Molto presto capiamo tutti che non ce la saremmo cavata così facilmente, così buona parte dei passeggeri decide di scendere a sgranchire le gambe e a fumare una sigaretta. Fuori fa freddissimo, lo capisco guardando la condensa che fa l’alito di un cane di nessuno che gira attorno ai viaggiatori in cerca di coccole e cibo, o di un tiro di paglia. C’è anche un po’ di brina sull’erba.
Aspettiamo.
Non succede nulla.
Gli ufficiali non tornano.
Il tempo passa.
Il sole tramonta.
Dentro gli uffici stanno controllando manualmente circa 50 passaporti. Di nuovo.
Mi viene da ridere
Dopo quasi un’ora ricompare l’autista con un pacchetto di passaporti in mano e inizia a distribuirli, leggendo il nome del legittimo proprietario e urlandolo in mezzo al corridoio. Non azzecca una pronuncia che sia una e la gente non risponde, la scena è esilarante.
L’uruguaiana più spavalda decide di aiutarlo e gli propone di distribuire lei i passaporti, ma lui no, chiaro, non è il caso, maneggiare dei documenti è una cosa seria!
Poco dopo ricompare il giovane ufficiale gentiluomo, cammina spedito fino al fondo del bus e con aria preoccupatissima inizia a cercare qualcosa per terra. Si guarda intorno, cerca sopra e sotto i sedili ma niente, non c’è. Naturalmente, entrano in scena le uruguaiane:
“Ti aiutiamoooo?” “Cosa cerchiiii???” “Cos’hai persoooo???”.
L’ufficiale tra l’imbarazzato e il disperato non risponde, sguardo basso continua a cercare. Le uruguaiane non demordono: “Insomma cosa cerchi, cos’hai perso??”
La risposta spiazza tutti: “Ho perso il nome”.
Chi parla spagnolo e ha capito strabuzza gli occhi. Ha perso cosa?
“Il nome ho perso, non trovo più la targhetta con il nome che si attacca col velcro sull’uniforme. Se non la trovo mi declassano”.
Trattengo a fatica una risatina alla Homer Simpson.
Le uruguaiane scoppiano a ridere sguaiatamente ma subito dopo iniziano a cercare. Inutile, il nome non c’è, non compare. Il militare verrà declassato. A testa bassa scompare e noi rimaniamo ad aspettare.
Dopo una considerevole attesa ricompare l’autista con un altro pacchettino di documenti. L’uruguaiana riparte in tromba e sto giro riesce a convincerlo, i passaporti li distribuisce lei. Alla faccia della privacy, inizia ad urlare il cognome dei proprietari, almeno riesce a pronunciarli correttamente. Manca un po’ di gente all’appello, sono quelli che sono fuori a fumare. “Vabè dai, finché non tornano li tengo io”. Chiaro.
Dopo altri 20 minuti compaiono gli ultimi passaporti, i proprietari, gli assenteisti, tornano gli autisti e si riparte.
Dopo una decina di kilometri si arriva dall’altra parte, finalmente stiamo per entrare in Chile. Qui si scende tutti, chè si ricontrollano i passaporti ed arriva pure l’ispezione, quindi si portano giù tutti i bagagli. Lascio immaginare il caos. L’edificio della frontiera cilena non è molto più grande di quella argentina, i controlli dei passaporti scorrono un poco più veloci ma passiamo comunque un’ora abbondante inchiodati lì, perché tutti gli zaini di tutti i passeggeri vengono aperti, ispezionati e svuotati di tutte le vettovaglie presenti.
Ciò che era sopravvissuto alle fauci delle uruguayane e al sacchetto dello steward cileno viene requisito e gettato all’ufficiale di frontiera. Io mi ero scordata un avocado, lo prendo e lo butto nel cestino. In seguito verrò ripresa per non averlo consegnato affinchè venisse “esaminato”.
Qualcuno fa saltar fuori una scatola di pomodorini cherry: dessert per tutti!
Naturalmente nessun addetto spiaccica una parola di inglese, così la sceneggiata dura un’eternità. Nessun turista capisce perché gli venga gettato via il sandwich o le provviste per il trekking che avevano in programma di fare alle Torres del Paine.
Finalmente, con quasi due ore di ritardo sul programma, risaliamo sul bus e ripartiamo alla volta di Puerto Natales. E’ praticamente notte.
Sul pullman si ridacchia e si commenta l’esperienza appena vissuta, in tutte le lingue del mondo. Siamo tutti un po’ d’accordo sul fatto che forse i controlli sono un po’ esagerati, dal momento in cui si tratta di due paesi così simili, così vicini, con climi e abitudini alimentari così uguali…ma ormai è andata.
Faccio il fenomeno e dico a Paolo “vedi, te l’avevo detto che sono rigidi, vedi, te l’avevo detto che avevo ragione io e blablabla”. Mentre lo ammorbo, alzo lo sguardo e intercetto un grande sacco nero infilato nella cappelliera sopra la nostra testa. Lo indico al mio compagno di viaggio e scoppiamo a ridere: tutto il cibo sottratto, i biscotti, i crackers, i panini mezzi mangiati, incluso tutte le bucce di banane erano sopravvissuti alla perquisizione ed erano riusciti a passare la frontiera con meno problemi degli umani.
Alla faccia del bioterrorismo.

banane (2)

Puerto Natales. Foto Paolo Figini

 

 

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